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«Occorre uno standard di base per l’interfaccia uomo-macchina»

Gianni Origgi è il responsabile per i sistemi informativi dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano. Ha iniziato nel 1994 a lavorare allo sviluppo e al controllo qualitativo delle banche dati sanitarie, attività a cui vanno aggiunte l’analisi e l’implementazione di soluzioni informatiche per i settori farmaceutico e socio sanitario. Gli abbiamo posto alcune domande sulle problematiche più attuali della sanità elettronica in Italia.

Quali ostacoli ci sono allo sviluppo della sanità digitale?
«In primo luogo l’eccessiva presenza di obiettivi da raggiungere, con contenuti molto differenti tra loro che necessitano approcci a volte contrastanti. In generale gli obiettivi che provengono dalle istituzioni centrali sono di rete con fondamenti amministrativi e gestionali in contrapposizione a quelli che provengono dai key user sanitari che sono di processo clinico al fine di agevolare la gestione del paziente. Se a questo viene unita l’esigenza di minimizzare i costi di realizzazione si ottengono soluzioni tese a soddisfare in compromesso le due esigenze senza peraltro soddisfarle al pieno entrambe».

Per quanto riguarda l’usabilità delle tecnologie, quali problemi si riscontrano nell’interfaccia uomo macchina?
«Innanzitutto la mancanza di uno standard di base al quale riferirsi, standard che peraltro consentirebbe di omogeneizzare il livello qualitativo minimo. Inoltre, la non piena chiarezza degli obiettivi finali richiede continue personalizzazioni anche dell’interfaccia utente, che contrasta anche per ragioni economiche la possibilità di impiego di pluralità di versioni per ambienti differenti, pari a quelli ormai presenti nel mercato per l’utente finale. Inoltre il mercato dei dispositivi segue l’ambiente social e pertanto le caratteristiche sia funzionali che tecniche dei dispositivi stessi sono ottimizzati per le finalità di utilizzo. Quelle di aree specifiche come la sanita non sono contemplate».

Come può svilupparsi la coprogettazione a fronte di una domanda qualitativamente carente da parte del pubblico?
«La progettazione della soluzione da distribuire dovrebbe basarsi sulle esigenze di utilizzo, non di immediata identificazione in quanto sarebbe la stessa applicazione che dovrebbe definirle, mentre al momento nell’ambito sanitario tali requisiti sono confusi con quelli di pertinenza più di flussi gestionali dei dati sottesi.

Che tipo di rapporto devono avere gli stakeholder con l’industria? Le aziende sono pronte per l’interazione?
«Le aziende non credo siano pronte, o almeno necessitano di un tipo di interazione diverso, più di comunicazione diretta e dettagliata del risultato finale piuttosto che di identificazione dell’esigenza e pertanto della soluzione da intraprendere. Individuare soluzioni che soddisfano una pluralità di enti e scenari ivi compresi gli utilizzatori finali sicuramente può essere un percorso per evidenziare veri successfull-case».

Quanto incide la questione dei diritti d’autore sul software? Le aziende si stanno divaricando tra chi progetta e chi fa prodotti?
«Non credo che la questione abbia incidenza. Togliere i diritti di autore può essere uno strumento per orientare le aziende a soluzioni più innovative e disancorate da metodologie vecchie e obsolete. Più che la separazione tra progettazione e produzione forse la separazione ancora molto presente è tra chi crea prodotti fisici e di chi crea software. Nel caso della sanità questo è drammatico in quanto l’omogeneità di funzionamento e governo tra queste due realtà dovrebbe essere massima data la presenza di entrambe in ogni processo clinico assistenziale. La prima basata su regole forti e dettagliate ma molto antiche, la seconda con deboli regole con forte orientamento all’aggiornamento».

Quali sono le linee di sviluppo della sanità digitale in Lombardia?
«Di recente introduzione è il raccordo della cura altamente specialistica con quella distribuita territoriale. La finalità è che l’assistenza e la cura del paziente sia governata senza discontinuità».

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