Enrico Cereda

«Watson Health darà contributo all’intero processo decisionale»

La scelta di IBM di insediare il primo centro europeo di Watson Health a Milano è di grande rilevanza sia da un punto di vista scientifico sia da uno industriale. Ma è anche un altro segnale importante riguardo la nuova considerazione che le grandi multinazionali hanno per il nostro paese e per la capacità che esso ha di attirare investimenti. Al riguardo abbiamo intervistato Enrico Cereda, amministratore delegato di IBM Italia.

Kyu Rhee, Vice President e Chief Health Officer di IBM, ha dichiarato che con Watson Health si passa da un approccio reattivo a uno proattivo, per anticipare e conoscere le necessità dei pazienti prima che esse si affermino. È l’approccio sanitario del futuro?
«Non c’è dubbio. La sfida è trasformare il modo in cui i sistemi sanitari oggi gestiscono il tema strategico della salute: da un lato con un’attività di ricerca e sperimentazione sempre più mirata, dall’altro con l’offerta ai cittadini di un servizio che si orienti alla crescente personalizzazione delle cure, specie quelle ‘di precisione’, e che privilegi la prevenzione. La risposta sta nei Big Data e nella possibilità di portare alla luce quella parte, l’80% del totale, che oggi risulta invisibile ai tradizionali sistemi informatici. Sono i dati di natura non strutturata – qualsiasi cosa l’umanità digitalizzi, comprese le immagini, i suoni e i movimenti – che di qui a quattro anni, su scala globale, raggiungeranno i 44mila miliardi di gigabyte. Per intenderci: l’equivalente di oltre 321mila miliardi di ore di musica in streaming.
Lo stesso comparto sanitario mondiale raddoppierà entro un biennio l’insieme di informazioni cui fare fronte, e l’88% sarà proprio di quel tipo. Le immagini mediche equivalgono al 90% di tutti i dati prodotti dal settore e crescono a un ritmo annuo compreso tra il 20 e il 40%. Il tempo necessario a raddoppiare le conoscenze in ambito medico – pari a mezzo secolo nel 1950 – oggi è inferiore a un triennio. Nel 2013 occorrevano 160 ore settimanali per aggiornarsi sulle novità scientifiche pubblicate da varie fonti, e ciò senza la possibilità di considerare le applicazioni pratiche e la rilevanza dei risultati. Oggi ce ne vogliono di più. Di qui conseguenze non da poco: una diagnosi su cinque non è corretta o è incompleta, e solo il 20% delle decisioni sul trattamento vengono assunte sulla base di evidenze certe. Ora, è chiaro che un universo digitale di tale portata supera, di gran lunga, l’umana possibilità di una sua gestione. Ecco perché occorreva un cambio di paradigma, con l’introduzione di sistemi che si comportano in maniera differente, cioè in modo probabilistico. Sistemi che rispondono a complesse domande poste in linguaggio naturale, interagiscono con gli esperti e con il mondo che li circonda, ragionano su argomentazioni, ipotesi e opzioni. E che non smettono di imparare. Dalla loro capacità di accelerare e ampliare la scala della conoscenza e di favorire l’avvento di servizi digitali, non potrà che venire un contributo efficace all’intero processo decisionale».

I primi studi pilota di analisi dati di Watson Health sono stati condotti nel Regno Unito e in Sud Africa, per conoscere meglio problematiche sanitarie locali. È questo il suo impiego più efficace?
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A essere precisi, Watson ha cominciato il suo training di apprendimento negli Stati Uniti con istituzioni prestigiose come il Memorial Sloan Kettering Center – già a partire da fine 2012 – e il New York Genome Center per poter dare il prima possibile un contributo rilevante alla comprensione delle mutazioni genetiche responsabili del cancro. Naturalmente, l’elenco annovera altre importanti partnership tra le quali la Mayo Clinic di Rochester e il Baylor College of Medicine di Houston, sempre nell’oncologia, e il Children Hospital di Boston per la ricerca sulle malattie pediatriche rare. Poi, col passare dei mesi – ricordando che la nascita dell’unità Watson Health è dell’aprile 2015 – sono via via state annunciate altre collaborazioni di peso e investimenti in aree che spaziano dalla Thailandia all’India, dal continente africano – qui soprattutto con il progetto Lucy – a quello europeo. Diciamo che le opportunità nelle diverse geografie vengono agevolate in primo luogo dalla lungimirante disponibilità di organizzazioni, pubbliche e private, che intuiscono la rilevanza strategica del cognitive computing. È la volontà di investire nella conoscenza e nel futuro la conditio sine qua non per lo sviluppo. E il progetto Human Technopole promosso dal Governo – progetto all’interno del quale troverà spazio il centro Watson Health – ne è una chiara dimostrazione. Davanti a noi c’è la concreta possibilità di assicurare efficienza e sostenibilità ai sistemi sanitari, di favorire scoperte scientifiche e di aiutare i medici a fare meglio il proprio lavoro. Di cambiare anche l’approccio che i cittadini hanno nei confronti della salute e del benessere personali. E in questo l’opportunità che l’Italia ha davanti a sé è a dir poco straordinaria».

La scelta di Milano per il centro Watson Health europeo è dovuta anche al sistema sanitario italiano, dal modello così differente da quello statunitense?
«Sì, anche. Non è stato certo semplice spiegare ai vertici della Corporation com’è strutturato e come opera il nostro sistema e per quali ragioni, secondo un dato Ocse del 2013, abbia un costo pro capite di 3012 dollari, meno della metà degli Stati Uniti. Certamente era loro chiaro quanto attestava, sin dai primi anni duemila, l’Organizzazione Mondiale della Sanità pesando la capacità di risposta assistenziale in rapporto alle risorse investite dei singoli Paesi. Ebbene, sappiamo che quella interpolazione di indicatori produsse il risultato di collocare l’Italia al secondo posto mondiale dopo la Francia come livello di qualità complessiva del sistema sanitario. Un risultato confermato tre anni dopo dall’Health of a Glance dell’Ocse che ha valutato in maniera lusinghiera il suo impatto sulla salute degli Italiani. Basti pensare, tra i tanti indicatori sopra la media, all’aspettativa di vita alla nascita che ci vede attestati al terzo posto con 82,7 anni, dopo Svizzera e Giappone. Con ciò non voglio negare l’esistenza di spazi di miglioramento: accanto alle moltissime eccellenze – di cui, spesso, si ha un’errata percezione – sopravvivono sacche di inefficienza che zavorrano la sostenibilità del sistema e che quindi vanno affrontate. Non a caso, l’ottimizzazione della spesa sanitaria e farmaceutica è proprio uno degli obiettivi chiave di Watson Health e della sua partnership con organizzazioni del pubblico e del privato».

Quant’è difficile muoversi nel mercato italiano?
«Oggi non più che in altri Paesi. Credo sia doveroso riconoscere che la spinta riformatrice del Governo e la visione del Premier hanno permesso all’Italia di riguadagnare posizioni nella considerazione degli investitori esteri. Da qualche tempo, stiamo tornando a rappresentare un luogo verso il quale vale la pena dirottare risorse finanziarie e umane. Noi stessi, certamente non nuovi a impegni verso questo Paese, avvertiamo una sensibilità diversa. Una prima dimostrazione ci fu data l’anno scorso quando in soli sei mesi, grazie alla collaborazione delle istituzioni locali, riuscimmo a insediare in Italia un Cloud Data Center da 50 milioni di dollari, ora pienamente al servizio dell’economia del Paese.
Per quanto riguarda il centro Watson Health è bastato parlarne con il Presidente Renzi, a partire da gennaio, per raccogliere l’entusiasmo e la voglia di fare necessari all’accordo di fine marzo e, ora, per sostenere i tavoli di lavoro che vedono impegnati con noi diversi ministeri. Lo stesso interesse alla collaborazione, attualmente manifestato da tanti Istituti di ricerca e cura, ci conferma che il sistema Paese ha grandi aspettative. Se, da un lato, questo ci carica di responsabilità, dall’altro ci sprona a un impegno sempre maggiore. Ma siamo consapevoli della sfida e determinati ad affrontarla».

Quanto è necessario secondo lei avere una politica industriale per l’e-health?
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È fondamentale. Non solo perché l’applicazione di tecnologie digitali in ambito sanitario viaggia in ritardo rispetto ad altri settori ma perché il suo impatto è in grado di determinare ritorni concreti in un arco temporale contenuto. Con benefici ad ampio raggio, peraltro: da una gestione organizzativa più efficace ed efficiente della macchina a un’assistenza maggiormente incentrata sui cittadini, con meno errori e spechi. Come giustamente sottolinea la Ministra Lorenzin, l’e-health rappresenta una leva strategica che può davvero contribuire ad aumentare la qualità del servizio conciliandola con il controllo della spesa. Non a caso, uno studio del Politecnico di Milano indica in 14 miliardi di euro il risparmio realizzabile con l’implementazione della sanità elettronica. Se pensiamo che il Fondo Sanitario Nazionale ha stanziato, per il 2016, risorse per 115 miliardi e che, come nel resto d’Europa, la pressione è tale da ipotizzare un raddoppio della spesa sanitaria entro il 2060, il risultato non sarebbe di poco conto.
Non dimentichiamo poi che la salute è qualcosa di molto più ampio dell’assistenza sanitaria. C’è infatti l’area del benessere che, sostenuta dal digitale, presenta un elevato potenziale di crescita e opportunità di ulteriore sviluppo per l’innovazione e lo scambio dei dati. Fatto 100 il complesso dei cosiddetti fattori determinanti della salute, il 10% sono informazioni cliniche, il 30% riguardano la genomica e il 60% attengono a dati esogeni. Bene, quel 60% è in forte crescita per la disponibilità di applicazioni per il fitness e per gli stessi strumenti usati in medicina come le pompe per l’insulina, i pacemaker e i dispositivi che rilevano la pressione. I dati relativi all’attività fisica, al monitoraggio a distanza e alla nutrizione sono fondamentali: una volta raccolti possono essere combinati con le cartelle cliniche, i report degli ospedali, la storia sanitaria del singolo paziente. Combinati e compresi per offrire un potenziale di conoscenza oggi inespressa.
Su tutto ciò si innestano le capacità portate da Watson Health. A Milano darà vita a una piattaforma cognitiva integrata, disponibile nel Data Center Cloud italiano e accessibile a un ampio ecosistema di partner del pubblico e del privato, per lo sviluppo di soluzioni nell’area. Nello stesso tempo, il centro opererà sulla base delle specificità proprie della ricerca IBM, applicando strumenti predittivi in ambito oncologico, in quello delle malattie neurodegenerative e delle terapie virali, così come alla dinamica dei modelli sanitari. La piattaforma e l’attività di ricerca e sviluppo metteranno in moto un circolo virtuoso di collaborazione pubblico-privato, permettendo anche un’internazionalizzazione delle conoscenze e lo scambio dei talenti. Un contributo di non poco conto, a mio avviso, agli obiettivi di innovazione che questo Paese si è dato».

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