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Patto della Salute. Potenziamento della governance in Sanità per l’accesso equo e universale al SSN.

Il nuovo Patto della Salute inserisce una marcia in più nell’incisiva azione di riforma dettata dall’agenda Renzi. Nuova rispetto al passato è l’ottica dentro cui viene collocato il processo di riorganizzazione del SSN, inserito in una cornice di sistema, che coinvolge profondamente tutti gli attori nell’ottica di un potenziamento di governance della Sanità, che poi vuol dire migliore qualità dei servizi.
Nonostante i noti limiti congiunturali, il Patto prevede finanziamenti progressivi nel prossimo triennio, da 109 miliardi di euro (2014) a 115 miliardi (2016) e difende il principio della restituzione del risparmio di gestione, offrendo alle Regioni la possibilità di reinvestirlo nello stesso segmento sanitario in aggiunta ai benefit previsti per chi rispetterà gli obiettivi di stabilità.
Insomma, risparmi in direzione di nuovi investimenti nella Sanità, perché la “salute non è una fonte di costo ma di investimento economico e sociale”.
Un obiettivo di crescita che non può essere ottenuto, se non si potenzia anche il dialogo tra Stato e Regioni, sostenuto dall’interazione, dalla cooperazione e dal continuo monitoraggio delle azioni intraprese, per avere la possibilità di modificare e riorientare la programmazione, nel rispetto dei vincoli di spesa, ma senza pregiudizi per l’efficacia e l’efficienza del SSN.
Un ruolo primario nell’attuazione del Patto lo svolgeranno le Regioni, non solo perché di competenza, ma perché sono chiamate a concorrere con decisione alla riorganizzazione dei processi assistenziali, utilizzando tre leve, che nel Patto sono chiaramente delineate.
La prima è quella della programmazione degli investimenti sanitari. Le Regioni dovranno produrre annualmente piani di analisi di investimenti, accompagnati da una stringente mappatura dei fabbisogni e della relativa sostenibilità economica complessiva. Si aggiunge il richiamo al ruolo dell’HTA (Health Technology Assessment), in particolare per quanto riguarda la valutazione d’impatto dei farmaci e dei dispositivi medici.
Un’indicazione, che spinge le Regioni a programmare le risorse sulla base di una visione strategica e progressiva, fondata su un costante monitoraggio degli obiettivi, funzionali e organici ai bisogni territoriali e collocati in un orizzonte di sistema, meno legato alla logica dei tagli lineari. Risparmiare e riprogrammare, quindi, per costruire la crescita e lo sviluppo, individuando con lucidità i nodi strategici, su cui indirizzare lo sviluppo e generare ulteriori risparmi da reinvestire.
Un invito tuttavia non solo economico, ma squisitamente politico per rendere il tema salute indipendente dalle “logiche di scambio”, costruendo staff organizzativi e di management prossimi alle competenze richieste e meno influenzabili dalle correnti alterne delle assemblee regionali.
La seconda leva è la riorganizzazione della rete territoriale delle cure con l’istituzione a regime delle UCCP (Unità Complesse di Cure Primarie) e delle AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali).
Le UCCP costituiranno le forme organizzative complesse. Opereranno in forma integrata all’interno di strutture e/o presidi individuati dalle Regioni, con una sede di riferimento ed eventuali altre sedi dislocate sul territorio. Il carattere multiprofessionale delle UCCP sarà garantito dal coordinamento tra le diverse professionalità, con particolare riguardo all’integrazione tra la medicina specialistica e la medicina generale.
Le AFT della medicina generale, con un bacino di utenza riferito a non più di 30.000 abitanti, rappresenteranno l’insieme dei professionisti che hanno in carico il cittadino, che esercita la
scelta nei confronti del singolo medico.
Le UCCP e le AFT avranno come compiti essenziali:
– assicurare l’erogazione delle prestazioni territoriali (medicina generale tramite le AFT, assistenza infermieristica, attività territoriale ambulatoriale e domiciliare, attività specialistica, servizi di supporto);
– garantire la continuità dell’assistenza mediante l’utilizzo della ricetta elettronica dematerializzata e il continuo aggiornamento della scheda sanitaria individuale informatizzata e del FSE (Fascicolo Sanitario Elettronico);
– garantire l’accessibilità all’assistenza territoriale per tutto l’arco della giornata per tutti i giorni della settimana, avvalendosi dei professionisti del ruolo unico della medicina generale;
– garantire la continuità dell’assistenza nelle tre declinazioni (relazionale, gestionale ed informativa), prevedendo l’applicazione di percorsi assistenziali condivisi e l’integrazione informativa tra le componenti della medicina convenzionata e la rete distrettuale ed ospedaliera.
Una vera e propria rivoluzione rispetto sia alle modalità tradizionali di accesso all’assistenza che per il ruolo importante, che dovrà svolgere la medicina generale, vera e propria piattaforma dell’intero sistema.
E in questo caso l’accordo manda segnali forti. E’ vero che già negli anni scorsi il processo di riorganizzazione territoriale è stato già avviato, anche se con risultati alterni e disomogenei da regione a regione, tuttavia, oggi, significa qualcos’altro.
Ridisegnare la rete e i suoi percorsi di accesso e assistenziali non può tradursi in un’operazione di semplice geodistribuzione dei presidi o del loro semplice accorpamento quantificato in posti letto. Nello scenario previsto, la condivisione del processo con gli specialisti sanitari e la medicina territoriale è centrale, ma è necessario che le corporazioni e gli interessi trasversali, che spesso hanno impedito il compimento dei processi avviati negli anni scorsi, facciano un passo indietro e abbraccino la cultura dell’integrazione e del servizio in una logica sovraregionale.
Un’azione che deve essere gestita e diretta da un management apicale dalle idee chiare e lucide, rispondenti ad azioni di sistema e non piegate agli interessi localistici.
La vicenda della Regione siciliana, ad esempio, che ha impiegato oltre due anni per la nomina delle direzioni generali aziendali, di cui ancora due vacanti, non è certamente un esempio da seguire. La sanità non può permettersi di essere ostaggio della politica. La salute è un diritto costituzionale. Non è accademia e ci piace ancora crederlo.
La terza leva è quella dell’importanza assegnata dal Patto alla diffusione delle infrastrutture digitali per garantire una maggiore appropriatezza dei flussi informativi (NSIS) e quindi un più affinato monitoraggio, nella consapevolezza che integrazione e cooperazione possono essere garantite se la Sanità poggia sulla condivisione e la circolarità delle informazioni, perché il cittadino sia sempre al centro del processo assistenziale. E perché la diffusione dell’ICT in Sanità, come prevede il Patto per la Sanità digitale inserito nel Patto della Salute, preannuncia risparmi complessivi per 6/7 miliardi di euro.
Si è accusato il Patto della Salute di essere un libro di sogni. E’ la solita risposta di chi, animato dalla voglia di non fare, critica per non agire. Il Patto della Salute è un accordo, su cui si giocherà per il prossimo triennio una scommessa di importanza strategica per l’Italia, data l’incidenza della spesa sanitaria nel PIL e nei bilanci regionali. Le classi dirigenti regionali sono chiamate a percorrere con decisione la via per la realizzazione di questo accordo.
Una prima valutazione già a fine anno, quando saranno note le programmazioni regionali per garantire l’uniformità agli standard di assistenza per un accesso universale alle cure per tutti i cittadini italiani e all’aggiornamento dei Livelli Essenziali di Assistenza, in attuazione dei principi di equità, innovazione ed appropriatezza.
Noi vogliamo credere, come segnale nuovo per il Paese, che gli accordi siano seguiti da gesti concreti, senza che si avanzino deroghe o impedimenti, o che si guardi alla propria cornice territoriale, ma che vadano a vantaggio di tutti i cittadini italiani.

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